Saudade di Collegno (I) – Pietre e volatili: un pomeriggio con Alfredo Rienzi all’ex Manicomio

[Artigo em italiano] – Qualche giorno fa ho avuto il piacere e il privilegio di incontrare un amico, il poeta Alfredo Rienzi, nato a Venosa, ma torinese d’adozione, che ho conosciuto pochissimi mesi fa tramite un altro amico e poeta torinese, Luca Pizzolitto.

Ci siamo visti al Parco Dalla Chiesa di Collegno, o Parco della Certosa, che noi collegnesi in realtà chiamiamo semplicemente “Il Parco” o ancora più spesso “Il Manicomio”, perché appunto si tratta della struttura dell’ex Ospedale Psichiatrico di Collegno (1853-1977), che prima ancora era stata la Certosa Reale di Collegno (1648-1852).

Per me si tratta di un luogo del cuore e dell’anima. È qui che sono cresciuto, è qui che mi portarono per la prima volta le mie maestre delle elementari in un pomeriggio di sole e campo di pallone che mai ho dimenticato, è qui che ho visto (prima) e suonato (poi) i miei primi concerti, al mitico Padiglione 14, a inizio anni 2000, quando ero un giovane batterista rock-metal. È qui che ho fatto innumerevoli passeggiate contemplative e filosofiche, da solo o con amici, spesso artisti. È qui che ho vissuto il primo appuntamento con quella che poi è diventata mia moglie ed è qui che oggi porto il nostro figlioletto, a giocare in quegli stessi campi da calcio polverosi su cui anche io, da ragazzino, mi sbucciavo le ginocchia. È qui che passeggio, pregando e respirando, ogni volta che posso, negli intervalli tra Lisbona e Lisbona, sospeso tra due saudades di me.

Ebbene, è proprio qui che volevo incontrare Alfredo, perché sapevo che, da poeta e uomo sensibile quale è, non gli sarebbe passato inosservato un luogo “magico” come il Parco del Manicomio.

Si tratta di un posto dove l’architettura ottocentesca di uno dei più importanti istituti della storia della psichiatria italiana si fonde col chiostro e le strutture seicentesche della Certosa, mandata a costruire da Cristina di Francia e dove ancora oggi riposano alcuni cavalieri dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata, la massima onorificenza di Casa Savoia. Un luogo dove si respira l’aria di natura, assieme a una pace che fonde spiritualità e mistero, con tanta serenità che viene da un passato mistico, e quella follia che un po’ aleggia tra gli alberi e i padiglioni in disuso, un tempo teatro anche di complesse vicende umane – non solo quella dello “Smemorato di Collegno” – , soprusi e miserie. Angoli e scorci dai quali echeggia, tuttavia, compassione e voglia di riscatto, tra il profumo dell’erba dei vasti prati. Un luogo che fu, infatti, esempio storico della chiusura dei manicomi e della messa in atto della Legge Basaglia (1978), anche attraverso l’azione di psichiatri come il professor Agostino Pirella, che fu mio docente all’università.

Ma torniamo a noi.

Alfredo ed io ci siamo incontrati verso le due e mezza del pomeriggio, un bel pomeriggio di sole, in un gennaio dall’aria fredda e vivace. Ci troviamo poco fuori il parco, precisamente al giardino della scuola Paolo Boselli, dove ho frequentato le elementari (altro luogo fondamentale per me, ma questa è un’altra storia e non voglio dilungarmi). Siamo entrati nel “Manicomio” e dopo poco ho notato che Alfredo cominciava ad avvertire quell’atmosfera magica che per noi collegnesi è quasi sacra: “che pace che c’è qui”, mi diceva, e intanto si guardava attorno, ma non solo attorno. Infatti, passeggiare con Alfredo significa anche – e questo io non lo sapevo – vederlo guardare in alto, come alla ricerca di misteriosi segni dagli alberi e dal cielo (o chissà, mi verrebbe da dire, dallo spazio o da qualche altra dimensione nascosta, di quelle che sembrano sbucare fuori un po’ ovunque dalle sue poesie).

Sì, perché Alfredo Rienzi, oltre ad essere medico e poeta, è anche un appassionato di volatili, e ha una straordinaria sensibilità quando ode il canto di un uccellino o quando ne vede uno planare. Mi ha sbalordito quando l’ho sentito dire: “Vedi quell’uccellino? È atterrato in un modo molto particolare, tu per caso sai a che specie appartenga?”. Io? Io non so neanche distinguere tra un passero e un fringuello, figuriamoci se ti so dire quali specie di volatili planano in un determinato modo o nell’altro!

Questo episodio è stato epifanico, perché per tutto il pomeriggio, passato insieme a girare attorno e nei meandri del parco, ho iniziato anche io a fare attenzione ai suoni e ai cinguettii sopra la mia testa, in un movimento della coscienza che attiene allo spirituale (un altro mio amico direbbe che è una forma di Yoga), in quanto manifestazione della tensione verso la verticalità, verso l’alto, verso Dio. Ciò mi ha ricordato quando, nel lontano 2005, a Porto, dove mi trovavo assieme a cinque amici (un ragazzo e quattro fanciulle) con cui giravamo il Portogallo, grazie alla mia amica July scoprii che si poteva “sentire”, percepire il cielo, e così avere la coscienza che “qualcosa”, o meglio “Qualcuno” sta sopra di noi, in tutti i sensi.

Abbiamo girato e girato, povero Alfredo, gli ho fatto fare quasi un pellegrinaggio attraverso la mia biografia collegnese, ma grazie a Dio lui ogni tanto m’interrompeva con qualche sua poesia, di quelle del suo ultimo libro (che non ho ancora letto), Sull’improvviso (Arcipelago Itaca, 2021). Un bellissimo titolo. Come quella sulla pietra che cambia le sue prospettive a causa del terremoto.

Era pietra e meditava (da pietra
ma per farmi intendere non conosco altri verbi)
quando la frana sventrò il versante
nordovest del Lifsinsfjall

portata ottocento metri più a valle
cambiò, in poche ore, ogni sua prospettiva

Nel luogo più familiare, e quindi, in un certo senso, prevedibile della mia vita, questi versi, detti da Alfredo davanti al cancello (inaspettatamente) chiuso che dà sul chiostro della Certosa, mi forzavano ad ammettere che di prevedibile non c’è nulla, per l’essere umano. Mi fermo qui, su questo cancello chiuso, sapendo che non so neanche quel che pensavo di conoscere come le mie tasche.

Abbiamo camminato dentro e fuori il parco, s’è parlato, ci si è sentiti e “passeggiati” un po’ tra le poesie, i ricordi, le inquietudini delle nostre diverse età, il bagliore che dagli occhi non se ne vuole andare e ci rende partecipi, anche se ci conosciamo poco, d’appartenere a un tipo di umanità prossima e affraternata. Tra viali alberati, muri sgretolati, facciate di vecchi laboratori dove i “matti” si adoperavano per mandare avanti quella città nella città che era il Manicomio.

Fino a quando ho sentito che ripartire per Lisbona, l’indomani, sarebbe stato, forse più di tutte le altre volte, un bagno nella saudade. Saudade di Collegno, dicevo ad Alfredo, potrebbe essere un buon titolo per un blog, che ne pensi? Per una sezione. Per una sezione, sì. Ma in che lingua?

Presenza e assenza. Esistenza che si dà in sacrificio alla vita.

Il circolo si chiude. Giungiamo, infine, al luogo dove ci eravamo incontrati poche ore prima, davanti alla scuola Paolo Boselli. Qui, Alfredo mi ha fatto un altro bellissimo dono: un esemplare del suo primo libro, Oltrelinee (Edizioni dell’Orso), del 1994. Avevo tredici anni. Mi ricordo bene che l’improvviso imprevisto di quella stagione fu, come per tutti quelli che la attraversarono, il calcio di rigore sbagliato da Roberto Baggio alla finale dei mondiali di USA ’94 contro il Brasile.

Io ero in Sardegna, a casa di mio zio Bachisio. Estate fresca e felice. Leggevo fumetti, tutto sapeva di mistero, meraviglia e scoperta.

Apro subito il libro che Alfredo mi consegna, avido come sono di succhiare ancora un po’ di nettare benedetto da questo incontro, nel pomeriggio la cui luce insiste, felicemente, nonostante siano quasi le cinque:

la dimensione di noi
ha l'inafferabile misura
d'ipotesi e preghiere.[1]

Mi dai un passaggio, Alfredo? Certo, basta che mi indichi la strada.

Grazie.


[1] Alfredo Rienzi, Oltrelinee, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1994, p. 43.

Saudade di Collegno è il diario collegnese di un collegnese che vive a Lisbona. Collegno è una città in provincia di Torino. La saudade è desiderio e nostalgia, amore e dolore, presenza e assenza. Io sono Fabrizio Boscaglia.

Le fotografie in questo articolo sono di Alfredo Rienzi, che ringrazio per avermele concesse.